OMOTE ED URA (by HANA WA SAKURAGI)

Riprendo e pubblico il testo di un articolo di Loris Giopp esperto jujitsuka del nnostro Nordest con il quale condivido pensieri e opinioni nonostante non ci siamo mai incontrati di persona (ma prima o poi ci prenderemo amichevolmente a mazzate 🙂 )

il testo originale lo trovate Qui sul Blog HanaWaSakuragi


Questa volta, diversamente dal solito, vorrei riportare un estratto da un piccolo grande libro che sono riuscito a conoscere e trovare solo grazie ad un Amico (Carlo Sensei, sentiti portato in causa)
lo so..
non sarebbe legale..
ma il libro in questione è fuori catalogo ed è introvabile.. dopo averlo cercato per molto tempo sulle bancarelle e online, quella di fotocopiarlo è stata l’unica possibilità di leggerlo..

il libro in questione è “LO SPIRITO DELLE ARTI MARZIALI” Di Dave Lowry, pubblicato negli Oscar Mondadori..

Vorrei che i miei allievi leggessero (per questo lo pubblico qui) questo passo, perchè mentre lo leggevo ho trovato che ricalca perfettamente il mio pensiero, e rieccheggia di molte cose che ho detto loro durante le sessioni al Dojo e che ho scritto in questo stesso blog (qui per esempio)

quindi, lasciamo la parola al Maestro Lowry, metterò in grassetto alcune parti che ho apprezzato particolarmente:

Omote/Ura: esterno/interno

Da Dave Lowry, Lo spirito delle Arti Marziali, Oscar Mondadori 1999

E’ giustificabile lo scetticismo del non praticante di fronte all’affermazione che il bugeisha moderno non si interessa a ciò che comunemente viene definito “autodifesa”.

Dave Lowry Sensei

Dopo aver visto una dimostrazione di arti bugei, soprattutto quelle in cui si mostrano colpi violenti e spettacolari proiezioni, lo scettico diventerà probabilmente anche cinico.

Le arti bugei, anche quelle che appaiono passive, per esempio le discipline che si praticano in solitario, come l’arte di estrarre la spada e il tiro con l’arco, hanno per loro natura un carattere marziale.

Chi ne negasse la natura bellicosa farebbe la figura dell’enofilo che, nel mezzo delle sue cantine, proclamasse di essere astemio.

Le arti bugei non sono le uniche discipline giapponesi a mostrare tale apparente contraddittorietà.
Qual’è il vero obiettivo dell’ikebana?
Di certo non è solo quello di creare magnifiche composizioni floreali. La cerimonia del tè è studiata per calmare la sete? No, non realmente.

La contraddizione tra l’ovvio, l’osservabile e il reale riguarda il concetto di omote e ura.

In verità, questi due termini, hanno una doppia valenza. In una normale conversazione giapponese, omote e ura significano rispettivamente “fronte” e “retro”, “esterno” e “interno”. I kanji stessi che li rappresentano si riferiscono a un Giappone quasi preistorico, quando i cacciatori indossavano pelli di animali e avevano necessità di usare parole differenti per distinguere tra gli indumenti che avevano il pelo di fuori e quelli che invece lo portavano all’interno.

Omote e ura sono parole che ritroviamo in posti dove ci aspetteremmo di incontrarle – per descrivere le due facce di una moneta, per esempio -, ma anche in occasioni che non hanno un equivalente nella nostra lingua.
Noi non penseremmo che un oggetto come una spada possa avere due lati differenti. In giapponese, invece, è così, e omote indica il lato della spada rivolto verso l’esterno quando l’arma è infilata alla cinta del samurai, mentre ura distingue il verso rivolto in direzione del corpo.

L’omote è ciò che si vede in superficie, ciò che può essere percepito da un’osservazione distratta e superficiale. Chiedete a uno straniero cosa accade durante un incontro di sumo ed egli vi dirà che si tratta di uno scontro tra due energumeni che cercano di sbattersi o spingersi l’un l’altro fuori da un cerchio.
Se rivolgete la stessa domanda a un appassionato di sumo, si aprirà davanti a voi un mondo nuovo.
Il soffitto del tipico tempio dove avvengono gli incontri di sumo è adornato con nappe di broccato di quattro colori che rappresentano la tigre bianca dell’Occidente, un drago verde, divinità dell’Oriente e, rispettivamente, un passero rosso e una tartaruga nera per indicare il Sud e il Nord.
Sotto la sua superficialità di sport o di confronto agonistico, l’arte del sumo possiede un’ura, cioè una dimensione di profonda spiritualità e venerabilità, un simbolismo sacro.

l’ikebana può inizialmente attirare verso la Via dei Fiori coloro che amano creare

attraenti composizioni floreali. Dopo aver iniziato a praticare la Via, però, se il maestro è abile, il novizio comincerà a capire che i magnifici bouquet che crea non sono altro che l’omote dell’Ikebana. L’ura dell’arte consiste nell’armonizzarsi con la natura, nel perdere il proprio ego attraverso la rigida e difficile disciplina della disposizione geometrica dei fiori secondo i dettami di una tecnica raffinata che si perde nella notte dei tempi.

Così, a sua volta, il bugeisha che viene attirato alle arti militari dalla promessa di forza e violenza esteriori, se ha la fortuna di trovare un maestro in grado di far penetrare gli allievi al livello dell’ura, viene condotto ad un livello che sta sotto la superficie.
Dietro la forma apparente, si tratta di una Via di vita, un viaggio verso la dignità, il rispetto di se stessi e degli altri, e un sentiero che spiega ciò che è buono, etico e bello. Non è un percorso ovvio, ma di sicuro esiste.

Senza dubbio, il più grave pericolo che le discipline bugei devono affrontare in occidente, come in oriente, è la celebrazione del loro omote e l’ignoranza del loro ura.
L’aspetto più superficialmente osservabile di una cultura può essere trasmesso con maggiore facilità.

E’ invece molto più difficile esportare lo spirito che sta al di sotto. Esibizioni in cui si rompono tavolette di legno, spettacolari dimostrazioni di abilità in cui un aggressore finisce a gambe levate, trucchi marziali: questi esempi dell’omote delle arti bugei hanno catturato l’immaginazione degli occidentali. Solo attraverso la perseveranza e la guida di maestri esperti, l’animo dei praticanti potrà essere allo stesso modo catturato dai segreti più reconditi dell’arte.

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2 Responses to OMOTE ED URA (by HANA WA SAKURAGI)

  1. Steve says:

    Bellissimo.
    Bellissimo.
    Davvero bellissimo, viene spiegata una tematica, molto attuale nei dojo tradizionali odierni, parlo per la mia esperienza personale, dove bisogna fare la distinzione tra clienti e budoka, dove i primi pretendono di imparare il risultato, mentre i secondi vivono il dojo come un ambiente più profondo dove si studia l’Arte marziale nella sua interezza non solo per il risultato finale.

    • ^_____^

      eh si aggiungo che credo che sia un percorso e che serve il suporto di sensei e sempai (e kohai) e che purtroppo a volte si crede/cerca di essere budoka e ci si ritrova a non essere nemmeno clienti, piuttosto limoni da spremere …

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