Difesa relazionale: chi era costei?

Copio e condivido volentieri un articolo di Igor Salomone (che ringrazio anche qui per aver condiviso e per il permesso di ripubblicare) sulla Difesa Relazionale.

Lo ho trovato interessante,  di stimolo per il pensiero e coerente con quello che penso e che ritengo pensino alcuni/molti di voi e quindi un bel contributo ad una domanda che credo ci si faccia spesso praticando arti marziali, in particolare arti come la nostra nella quale studiamo il maneggio della spada anche nell’ipotesi di combattere bardati da armatura in un millennio in cui è sempre meno probabile che ci serva effettivamente per difenderci in quel genere di situazioni … quindi “che senso ha?”

L’originale (e anche altri articoli) lo trovate qui http://taccuino.postach.io/difesa-relazionale-chi-era-costei

Quel che segue è il testo di una lettera. Domenica 11 gennaio alle 15 in via Tito Livio 23, presso il Centro Olistico La Casa del Glicine terrò, insieme al mio amico-socio-fratello Valerio Orsanigo, un laboratorio dimostrativo per presentare il nostro corso di Kung Fu Strategico e Difesa Relazionale e sui social un praticante di un’altra arte marziale, mi ha chiesto: cos’è la e la difesa relazionale?. Ho risposto via mail. Quella che segue la mia risposta. Approssimativa, certo, ma tanto per dare un’idea, che poi approfondirò domenica prossima. (…)
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Difesa relazionale è una mia idea ed è innanzitutto una domanda sul valore che l’arte marziale ha per l’autodifesa di ogni individuo nella vita di tutti i giorni.
Muovermi, sudare, ascoltare la straordinaria esperienza corporea del gesto tecnico e del suo infinito perfezionamento, seguire le indicazioni del maestro di turno, fregarmene delle indicazioni del maestro di turno per cercare la mia strada, combattere fraternamente con i compagni, fregiarmi delle contusioni e di qualche microfrattura come fossero trofei, imparare a respirare, coltivare l’energia e chiedermi ogni santo giorno il perché di tutto questo, è ciò che io chiamo pratica. Perchè praticare è fare e pensare a quello che fai, è la sintesi corpo-mente che ogni arte marziale promette. Anche se non sempre mantiene.
Cinque anni di Karate praticato in gioventù e due decenni di Kung fu in età adulta, aggiunti a una formazione filosofica e alla professione pedagogica, sono quindi le radici della mia passione per le arti marziali che è prima di tutto una passione culturale. Praticare un’arte marziale ha significato sempre per me cercare domande, non trovare risposte. E l’esperienza dell’arte marziale, se non si riduce a semplice prestazione atletica, di domande ne produce in gran quantità, perché alla fine si tratta di assoggettarsi a discipline nate millenni fa in un mondo totalmente estraneo a quello che abitiamo. Prima ancora di “a che serve”, questa esperienza, prima o poi, costringe a chiederci “che senso ha?”.
L’arte marziale nel tempo e nei vari luoghi dove si è sviluppata, è stata molte cose: arte della guerra, pratica meditativa, fucina di campioni in perenne sfida reciproca, arte circense, scuola di vita, pratica agonistica. E con questa storia si è trasferita armi e bagagli, è proprio il caso di dirlo, in occidente.
Le condizioni originarie, però, sono mutate radicalmente. E sono mutati i bisogni di difesa.Dunque la domanda è: perché praticare oggi un arte marziale, per dire, in una città come Milano? Le risposte più diffuse sono: per cercare una disciplina corpo-mente, per incontrare una cultura diversa dalla nostra che però ci sta pervadendo, per divertirsi e dar luogo al proprio spirito agonistico. Basta capire quale di queste motivazioni è prevalente e si può scegliere sia l’arte che la scuola con una certa facilità.
Resta però inevasa la domanda se l’arte marziale serve ancora a difendersi. Domanda legittima, perché al fondo qualsiasi arte marziale è un’arte della difesa. Ma difesa da cosa? La nostra vita quotidiana non è più certo quella delle strade di Hong Kong della prima metà del secolo scorso, e neppure quelle della Cina o del Giappone feudali. Nel nostro mondo è persino vietato l’uso privato della forza e, di fronte a ogni genere di aggressione, le istruzioni per l’uso dicono “chiama il 113”. Non che noi si viva in una società pacificata priva di ogni rischio violenza per le persone, ovviamente. Ma, a meno di non essere un agente delle forze dell’ordine o un soldato delle forze speciali, la probabilità di doversi difendere con pugni, calci, leve e proiezioni da una qualche aggressione sono molto basse. E, come sappiamo tutti noi artisti marziali, non ci sono decenni di allenamento che tengano di fronte a un coltello o una pistola puntati conto la nostra gola o la nostra fronte. Dunque? non ha più senso pensare all’arte marziale anche come disciplina dell’autodifesa?
Credo di no. E spero anche di no perché privata dell’antica vocazione alla difesa, l’arte marziale perderebbe la propria anima più profonda. Le resterebbero certamente tutte quelle destinazioni che ho elencato prima e che pure le appartengono da molto tempo, ma ognuna di esse appartiene anche a ogni altra disciplina del corpo e l’arte marziale rischierebbe di perdere la propria specificità. Una specificità che è ben chiara in chi vi si avvicina, a qualsiasi stile si avvicini, perché le domande che reca con se iniziano sempre con “a cosa serve” e “come rispondo se”.
Difesa relazionale, quindi, è innanzitutto una domanda, o meglio, una serie di domande sui propri bisogni attuali di difesa, quelli per i quali abbia ancora un senso allenarsi e spremere sudore, disciplinare il proprio corpo curandone i gesti di relazione con l’altro, metter mano alle proprie paure e aver cura della propria forza.
Da cosa mi devo difendere, dunque? quali sono le aggressioni di cui sono vittima? come percepisco il pericolo? quali sono le mie strategie implicite? che rapporto ho con la violenza? come controllo la mia aggressività? Come si può vedere, sono domande che trovano una loro diretta applicazione in ogni tipo di conflitto nel quale ognuno di noi può incappare e lo scopo, in ognuno di essi, è evitare di arrivare allo scontro prima di tutto e, se lo scontro diventa inevitabile, cercare di uscirne con il minor danno possibile per sé e per gli altri. Possibilmente trasformando il conflitto in una relazione sostenibile.
Come dice il M Cognard, “la violenza non è né in me né in te, ma è una cosa che ci capita”. Una verità che va ben oltre gli immaginari un po’ sclerotizzati del litigio tra automobilisti, dello scippo o dello stupro nei vicoli bui, per investire l’intero universo delle nostre relazioni. A partire da quelle più vicine, personali o professionali che siano.
Ecco dunque perché “difesa relazionale”. Non è uno stile, è un modo di interpretare l’arte marziale, ogni arte marziale come disciplina delle proprie strategie di difesa negli incontri quotidiani. In altre parole, anni e anni trascorsi a spremere sudore su tecniche, forme, prestabiliti, rituali vari, maneggio di armi improbabili, combattimenti, dimostrazioni, esami, devono avere un nesso con la propria vita, la vita vera, quella che si svolge oltre il tatami e quel nesso io, con la difesa relazionale, lo cerco nell’imparare una disciplina della relazione con l’altro.
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