Dojo kun, le regole del Budo (from Seishin Dojo)

Copio integralmente un interessante articolo dell’ottimo Carlo Caprino, insegnante e studioso di arti marziali e di cultura orientale.

Abbiamo già parlato del libro “Budo, la Via spirituale delle Arti marziali” di Werner Lind, riportiamo ora alcuni passaggi presenti al capitolo 16, che ha lo stesso titolo di questo articolo. Ovviamente non si tratterà di una pedissequa copiatura (anche perché il diritto d’autore non lo ammette…) quanto piuttosto di una citazione più o meno estesa, con qualche necessario adattamento e riduzione.

Dojo kun viene usualmente tradotto come “regole del luogo dove si segue la Via” ed è una raccolta di cinque frasi che costituiscono una esemplificazione dei principi che dovrebbero guidare ogni praticante marziale. Comunemente i Dojo kun vengono associati alle Scuole di Karate, ma i principi che racchiude sono validi per qualunque Arte, tanto che nel prosieguo parleremo di Budo, piuttosto che di una Arte specifica.

I cinque motti del Dojo kun terminano con Koto, rafforzativo imperativo del verbo impiegato, e cominciano con Hitotsu, che può essere tradotto come “per primo”, “innanzitutto”, sottolineando la importanza del seguito di ciascuna frase, ognuna delle quali illumina un particolare aspetto fisico e spirituale del percorso addestrativo del praticante, assumendosi il non facile compito di evitare sia la intellettualizzazione della pratica che la riduzione della stessa a mero atto fisico di forza.

In altre parole il Dojo kun guida all’esercitazione della giusta condotta da tenersi e crea il nesso tra lo studio filosofico dell’arte marziale e lo studio pratico della tecnica: le conoscenze della Via (Do) non devono restare dei principi vuoti ma piuttosto forgiare il comportamento, globalmente inteso, del praticante. Il Dojo kun è perno di un’esercitazione spirituale incentrata sullo studio dell’arte marziale (Budo), in grado di produrre progressi in ogni campo dell’azione umana, la sua comprensione ha importanza quanto l’affinamento delle tecniche: prima, durante e dopo la pratica i principi devono essere tenuti a mente ed applicati, devono diventare una specie di “navigatore” sempre inserito, tanto da poter guidare il praticante anche fuori dal tatami, in ogni momento della sua vita quotidiana. Alcune Scuole, specie di Karate, recitano coralmente le regole del Dojo kun durante la cerimonia del saluto, con il sempai (allievo anziano) che pronuncia per primo le singole frasi, ripetute da tutti gli allievi. L’origine del Dojo kun riporta agli albori dell’arte marziale, tanto da dire che il primo Dojo kun sia stato codificato dal monaco buddista Bodhidharma, nel monastero di Shaolin. I cinque principi sono i seguenti:

HITOTSU, JINKAKU KANSEI NI TSUTOMURU KOTO (JINKAKU= il carattere dell’uomo (jin); KANSEI= perfezione, miglioramento; NI= congiunzione; TSUTOMURU= impegnarsi, tendere a.. KOTO= rafforzativo imperativo del verbo, percui la traduzione può essere: Impegnati a raggiungere la perfezione del carattere) La regola rimarca l’importanza dell’equilibrio interiore del praticante; la pratica del Budo non richiede solamente un impegno corporeo ma implica anche una costante auto-osservazione – con spirito critico – di tutte le situazioni quotidiane che ostacolano il perfezionamento di sé stesso. Ogni intralcio o limite interiore deve essere affrontato con lo stesso vigore e determinazione con cui viene eseguito l’esercizio fisico, allo stesso modo lo spirito vigile e analitico deve guidarlo in tutte le situazioni della vita: confusione, pregiudizio, presunzione, egoismo, sopravvalutazione di se stessi, ingiustizia, autocommiserazione e sentimenti incontrollati ostacolano il progresso sulla Via. Imparare a gestire la propria interiorità, al contrario, aiuta a raggiungere l’equilibrio e a vivere un’esperienza enormemente appagante, se per altro l’allenamento fisico, con l’avanzare degli anni, conosce necessariamente delle limitazioni, lo spirito, invece, deve e può essere perfezionato fino alla morte.

HITOTSU, MAKOTO NO MICHI O MAMURU KOTO (MAKOTO= sincerità; NO= congiunzione; MICHI= la Via da percorrere, il Do; O= aggettivo accrescitivo; MAMURU= seguire, percui la traduzione può essere: Persegui la strada della sincerità): Questa regola invita all’obbiettività ed al corretto e sincero riconoscimento tra noi e ciò che ci circonda, presupposto fondamentale per costruire giuste e armoniche relazioni con le altre persone. La nostra libertà finisce dove comincia quella altrui e proprio al ontinuo rispetto di questo limite questa espressione sembra invitare. Essere sinceri significa anche rinunciare alla avidità ed all’egoismo, “dare a Cesare ciò che è di Cesare” anche se vorremmo tenerlo per noi, evitando di pretendere più di quanto si dà o di acconsentire a pretese superiori a quanto si è disposti a corrispondere, tutti atteggiamenti che suscitano rabbia e disappunto e che costringono poi a dover compensare lo squilibrio insorto con un sacrificio superiore al giusto. L’equilibrio tra la pretesa e la disponibilità è il fondamento dello spirito del Budo: solo nella verità l’uomo è libero, la pratica di questo principio rende consapevoli, umili e giusti. Il principio vale anche nell’atto meramente fisico: inutile, stupido e dannoso è pretendere dal nostro corpo o da quello del compagno di pratica più di quanto è nelle sue possibilità; così facendo si provocano incidenti ed infortuni, a volte anche gravi senza i contro ottenere nessun progresso reale. Vedere con chiarezza ed onestà la Via che percorriamo è il modo migliore per procedere spediti senza inciampare.

HITOTSU, DORYOKU NO SEISHIN O YASHINAU KOTO (DORYOKU= fatica, sforzo; NO= congiunzione; SEISHIN= anima, spirito, mente; O= aggettivo accrescitivo; YASHINAU= allevare, innalzare; KOTO= rafforzativo imperativo del verbo, percui la traduzione può essere: Rafforza instancabilmente lo spirito): La terza regola è in qualche modo complementare alle precedenti e per certi aspetti ne costituisce una conditio sine qua non poiché qualsiasi obbietti importante richiede per poter essere conseguito una determinazione ferma e costante.. Come nella vita quotidiana così nel Budo il progresso può essere ottenuto solo con un impegno costante e regolare, poiché tutti i Maestri insegnano che è meglio praticare dieci minuti ogni giorno che tre ore una tantum. A volte siamo i giudici spietati di noi stessi, altre volte i più indulgenti giustificatori: entrambe le attitudini sono perniciose ed altre non fanno che distoglierci dalla Via. Le Arti marziali richiedono disciplina e capacità di stringere i denti, non solo per l’impegno fisico ma anche per quello emotivo e spirituale; solo uno spirito forte e temprato può consentire al praticante di procedere nel suo percorso di vita, in maniera magari apparentemente lenta ma sicura. Bisogna ambire a raggiungere dei risultati ed essere pronti e disposti a pagare il giusto prezzo, e tutto ciò lo si può ottenere solo con un comportamento maturo guidato dal senso della misura e della conoscenza dei propri mezzi.

HITOTSU, REIGI O OMONZURU KOTO (REIGI= etichetta, rispetto, buone maniere; O= aggettivo accrescitivo; OMONZURU= onorare, esaltare; KOTO= rafforzativo imperativo del verbo, percui la traduzione può essere: Osserva un comportamento impeccabile all’insegna del rispetto universale): Una delle differenze tra Arti marziali e Sport da combattimento che più repentinamente saltano agli occhi di un osservatore è la presenza e l’osservanza di un certo numero di regole di “galateo” nelle prime rispetto ai secondi. Se è vero che buona parte di queste usanze afferiscono a riti e usanze in auge ai tempi in cui queste Arti venivano praticate in duello o sui campi di battaglia, è altrettanto vero che – pur essendo variate le condizioni di impiego – questi rituali mantengono intatta la loro importanza. Ciascun praticante è tenuto ad osservarle non in maniera passiva e distratta, ma con un atteggiamento consapevole e partecipe, perchè da una parte sono una forma di rispetto per la Storia e la tradizione dell’Arte, dall’altra esprimono un “codice comunicativo” che consente di andare aldilà delle barriere di lingua e nazionalità, senza ipocrisie e senza mancanze di rispetto. L’etichetta consiste nella forma comportamentale attraverso la quale una persona comunica ad un’altra di essere disponibile ad un contatto aperto; senza le buone maniere la franchezza si tramuta in grossolanità, il coraggio in rifiuto, l’umiltà in sottomissione, il rispetto in servilismo e la cautela in timore: l’etichetta provvede a mantenere la pace e l’armonia tra le persone. Non a caso la pratica comincia e termina con un saluto sentito e rispettoso ed è per questo che nelle arti marziali l’etichetta non è solo forma, ma vera e propria via per la ricerca della verità interiore, poiché la pratica impone che la persona osservi e valuti correttamente il proprio comportamento nei confronti degli altri e di sé stesso.

HITOTSU, KEKKI NO YU O IMASHIMURU KOTO (KEKKI= spirito bestiale, sangue caldo; NO= congiunzione; YU=coraggio, temerarietà; O= aggettivo accrescitivo; IMASHIMURU= ammonire, controllare, reprimere, mettere in guardia; KOTO= rafforzativo imperativo del verbo, percui la traduzione può essere: Acquisisci con coraggio il controllo sul tuo spirito istintivo e violento): Quest’ultima regola tocca un tasto dolente con cui tanti di noi hanno avuto o avranno a che fare, ovvero l’equazione arti marziali = violenza. Sarebbe stupido negare che la violenza, per quanto più o meno sublimata e controllata, è parte integrante di una qualunque Arte marziale, così come è noto che le stesse discipline sono state conosciute dal grande pubblico per pellicole cinematografiche di dubbio gusto e con titoli che ben poco spazio lasciavano all’equivoco. Proprio per questo la pratica di un’Arte marziale non può prescindere dalla formazione di una persona in pace con sé stessa e capace di vivere in armonia con gli altri. Nel mondo animale i modelli comportamentali sono istintivi e servono proprio alla conservazione della specie, l’uomo può forgiare tali modelli grazie al proprio intelletto ed alla propria conoscenza, controllando la misura delle proprie azioni. L’elaborazione di questo concetto porta alla rinuncia della violenza fisica ed allo stesso tempo definisce tutte le forme di ricorso alla violenza quali indegne dell’uomo. Nel Budo si deve ricercare l’autocontrollo e la gestione del comportamento; se i praticanti di livello avanzato, capaci di arrecare ferite gravi, impiegassero le proprie capacità come strumenti di supremazia nei confronti delle altre persone, costituirebbero un pericolo per la società e sarebbero sostanzialmente indegni come individui.

Di mio solo riprendo le cinque regole:

  • Impegnati a raggiungere la perfezione del carattere
  • Persegui la strada della sincerità
  • Rafforza instancabilmente lo spirito
  • Osserva un comportamento impeccabile all’insegna del rispetto universale
  • Acquisisci con coraggio il controllo sul tuo spirito istintivo e violento

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3 Responses to Dojo kun, le regole del Budo (from Seishin Dojo)

  1. Marco says:

    Complimenti! un bel post e un bel blog.

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